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Parlare “A” e parlare “CON”

17 giugno 2010

Spesso mi rendo conto che non sempre la parola è un vero comunicare, un vero “concretizzare, dare corpo” ad un pensiero che cerca la comunione con l’altro che si ha davanti.

Non sempre è un mettere in comunione i doni che si hanno e non sempre la parola è Carità.

Sarà di certo una mia impressione che colpisce anche me stessa quando parlo, ma spesso avverto la mia parola e quella del prossimo come una specie di manifestazione di docetismo, una specie di far cadere sulla e nella testa dell’altro la mia parola che – guarda caso – pretende quasi sempre ragione e accettazione.

 Non so, ma a volte ho l’impressione che la parola più che ad unire tende a dividere e non è raro il caso di sentirsi rispondere o rispondere noi stessi all’altro “non mi capisci, non mi sento compreso”.

 Non so il motivo di questa sensazione, ma so per certo che quello che si genera è una profonda solitudine che toglie la parola all’altro che – alla fine – rinuncia ad aprire il suo cuore perché … tanto è inutile, tanto non serve a nulla.

 Forse in tutti noi c’è quell’incosciente tendenza a PARLARE A … piuttosto che PARLARE CON

Forse si ascolta l’altro solo per manifestare il nostro pensiero, piuttosto che ascoltare l’altro per aiutarlo.

Forse ci dovremmo anche abituare al fatto che per aiutare l’altro attraverso la parola, magari, si deve solo ascoltare, come se la parola dell’altro fosse un’azione liberante per ridurre la pressione di una pena, di una preoccupazione o qualsiasi  cosa che toglie il sorriso.

Forse ci dovremmo rendere conto che mentre l’altro parla non lo ascoltiamo in una posizione di accoglienza, ma lo ascoltiamo in una posizione rielaborazione del pensiero dell’altro dentro le nostre convinzioni. Ovvero, ascoltiamo la parola dell’altro solo per rispondere con la nostra parola, non calandoci nel cuore di chi parla, ma tenendo la posizione ferma di un nostro pensiero che diamo per scontato sia giusto ed ineccepibile.

E’ il parlare A.

 Poi c’è il “parlare CON”, in questo caso il “parlare A” è molto diverso, molto più delicato e pure faticoso perché impone il dare il proprio cuore, entrare in empatia con l’altro, riuscire ad ascoltare le proprie parole mentre si pronunciano, ma con la pelle dell’altro che ascolta, cercando di vivere come le sente.

Non è detto che questo parlare avvenga in tutti e due le persone, ma di certo avviene in qualcuno delle due e – tutto sommato – quel “parlare a” diventa un “parlare AL … cuore”.

Di fatto, forse, la questione si risolve con un percorso un po’ più lungo della parola, che è lo stesso percorso del miracolo di Pentecoste:

parlare CON Dio per parlare AL cuore umano.

Quasi che il nostro stesso parlare sia un tramite, un mezzo con cui Dio stesso risponde al cuore del prossimo.

Eh … questo significa che mentre si parla si prega?

Forse sì, forse è davvero un pregare, forse un vero dialogo di comunione non è mai a 2, ma a 3

Forse, il vero comunicare è dovuto ad una presenza tra i due, la presenza dello Spirito di  Gesù, lo Spirito Santo … e la nostra piccola, semplice, umana, quotidiana parola diventa – per miracolo – una parola del Signore che risponde al cuore dell’altro.

Niente di eccezionale, niente di teologico, solo e semplicemente “amiamoci come Lui ci ha amati e ci ama” … e dentro il Suo amare c’erano tante parole, infinite parole tanto che (e nessuno se n’è mai accorto) non ci sono mai stati miracoli sulle persone degli apostoli, perché il miracolo era proprio la Parola di Dio che entrava in loro  quotidianamente rigenerandoli nello Spirito.

 Sono idee mie, ovviamente, ma a partire da questo presupposto è sensibilissima la sensazione di una preghiera che si fa vita di tutti i giorni.

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5 commenti leave one →
  1. 19 giugno 2010 09:40

    Una breve storia privata che magari non c’entra molto.
    Una ragazza. L’incontro era avvenuto tramite la Madonna, e poi quando ci lasciammo, nel momento in cui volevo troncare definitivamente, ci furono dei segni per cui rimasi in attesa.
    Andai dal prete per dirgli di sciogliermi lui dall’impegno con questa fanciulla, ma alla fine lui iniziò a raccontarmi un sacco di cose che me ne uscii tutto contento, e solo quando uscii mi resi conto che non aveva risposto alla mia domanda. Sarei dovuto tornare indietro?
    Io credo avesse ben risposto. La risposta non stava nel rispondere esattamente alla mia domanda, ma rispondere esattamente all’altra domanda,,,,,,

    Un po’ come dici tu che la preghiera non è un rapporto a 2, ma a 3. Quel tre poi deve diventare 1, unità. Perché se il tre è divisione non va bene, siamo al punto e a capo. O no?

    Posso un altro episodio di vita legato al tuo passo sull’ascolto della Parola?
    C’era una persona che quando c’erano delle Parole, dei segni, mi diceva sempre “guarda, questo è per te… Sta parlando a te”.
    Il che è anche vero e giusto e buono. Ma cosa implicava? Che questa persona si escludeva sempre, si poneva su un ripiano più alto, che non aveva più bisogno dell’ascolto. Mentre invece la Parola non riguarda tutti? Nessuno ne è escluso, mi pare. Quando si parla di conversione, neppure il prete ne è escluso…

    Grazie dei sempre buoni spunti di riflessione.

  2. Anna (da Nicodemo) permalink
    19 giugno 2010 18:14

    Sì, molto probabilmente quel prete ha parlato “CON” te, mentre tu parlavi “A” lui, o almeno, all’inizio volevi parlare “A” lui ponendo le tue domande. Insomma, sei andato da lui per avere delle risposte precise, solo che dopo, davanti al suo “parlare CON” te, anche tu (sempre forse) hai cambiato rotta e ti sei messo in ascolto scoprendo poi che – anche se apparentemente non stava rispondendo alle domande – effettivamente rispondeva alla radice delle domande.
    Voglio dire non credo che ci sia qualcuno su questa terra che possa (o debba) rispondere alle nostre domande quando le stesse riguardano le proprie scelte:sarebbe un trovare la soluzione “fuori da noi”, quasi sfruttare l’altro che ci fornisce, in modo facile facile, una risposta; una certa deresponsabilizzazione sevogliamo..
    No, lui – da bravo prete – ha fatto crescere la tua scelta, ha dipanato la matassa un po’ ingarbugliata.
    Eh … è il miracolo della comunicazione che – comunque sia – è sempre un aiutare a decidere, un porre chiarezza.

    Per l’altra storia, invece, ma perchè dici che quella persona si escludeva sempre, si poneva su un piano più alto?
    Non potrebbe essere l’opposto?
    Non potrebbe essere – invece – che ha rinunciato a sé stessa? Non potrebbe essere che – in modo diverso – era nella stessa posizione del prete e che ti faceva vedere ciò che – magari – non vedevi?
    Non è così improbabile, anzi direi che se fosse così, sarebbe una gran persona che passa per quello che non è, pur di aprirti gli occhi”.
    Personalmente, quando mi capitano queste persone che mi danno una svegliata sui “segni” (con cui ho un certo timore ad interpretali e ad accettarli) le prendo come
    voce del Signore, presenza del Signore che mi parla attraverso una persona, visto che io sono una zuccona e quando mi impunto sono peggio di un mulo.

    Non so, prova a valutare anche questo aspetto.

    P.S.: lungi da me dare consigli, ma purtroppo tutti abbiamo il giudizio facile, specialmente quando siamo un po’ “scoperti e prevenuti”

    Ciao e grazie a te

  3. 20 giugno 2010 21:09

    Beh, devo dire che si trattava di un problema spirituale, per cui andai dal prete. Quando ho un difetto all’auto vado dal meccanico.
    Per questo secondo me era fondamentale andare dal prete per avere un discernimento circa la soluzione del problema.
    Poi la scelta sarebbe stata mia se accettare o no. Io accettai e segui il suo consiglio.

    Guarda, non ho scelto la deresponsabilizzazione, perché ho raccontato ed esposto i fatti esattamente come furono, non risparmiando accuse a me stesso, senza risparmiare elogi e protezione verso l’altra persona incriminata quando veniva accusata. Era una cosa seria, non si trattava di andare a colpevolizzare una persona ma comprendere il problema. Come dici tu, si trattava di a porre chiarezza, una Luce, Con Dio, Per Dio, In Dio.

    Il parlare A o CON, dipende anche da noi, da come ascoltiamo e da come consideriamo l’altro? È ovvio che se vai a chiedere un consiglio, ponendoti come giusto e l’altro come colpevole, allora la sentenza sarà comandata.

    L’altra storia. Sì, è vero ed è esattamente ANCHE così come l’hai esposta. L’hai esposta giustamente.
    Il che però non esclude la precedente versione. Giacché come dicevo sopra, nessuno è escluso dalla Parola di Dio, non è che durante la Lettura e l’Omelia il messaggio riguardi solo alcune persone, ed altre possono continuare a fare la maglia.
    La stessa Parola, raggiunge e semina campi diversi producendo frutti diversi.
    Questo intendevo dire precedentemente: ovviamente non mi escludevo dalla volontà di Dio di farmi sapere certe cose.

    Mi sono fatto capire?

    Confrontarsi ed essere aperti al dialogo offre molti spunti di riflessione. Grazie Anna (da Nicodemo)

  4. Anna (da Nicodemo) permalink
    20 giugno 2010 23:07

    Riccardo, non intendevo deresponsabilizzazione come un “che ci pensi qualcuno d’altro“, ma quello che càpita sempre quando non si sa quali (famosi) pesci prendere: si chiede aiuto.
    C’è una sorta di grande umiltà in questo, c’è davvero un cercare aiuto per la chiarezza, qualcuno che ci aiuti a fare chiarezza in noi.
    Ciò non toglie che a volte si raggiunge un tale livello di stanchezza (di chi ha l’impressione di girare in tondo) che si arriva a chiedere ad altri una risposta, a cercare in altri la risposta.
    Il che non signidica che è sbagliato, ma che avrebbe potuto – invece – sbagliare il prete.
    Il fatto che tu ti sia sentito libero di scegliere, sollevato dall’oppressione del problema e quindi messo in grado di scegliere bene è la garanzia che qualsiasi cosa ti abbia detto il prete, in qualsiasi modo te l’abbia detta – di certo – è stato una parola che Dio ti ha rivolto attraverso un prete.
    Onestamente credo sia una Grazia, questa, perchè non càpita così frequentemente.
    Per rimanere in tema di A/CON direi che che ambedue stavate parlando CON il Signore, scoltandolo e ponendo solo la domanda senza alcuna risposta.

    Per quanto riguarda la Parola di Dio … certo che è così, anzi lo è di più perchè per 100.000 persone che ascoltano, ci sono 100.000 “risposte” date: ad ognuno la sua che è completamente diversa da quella che l’altra sente in sé.
    E’ la prima Incarnazione, è il momento in cui lo Spirito inizia a prendere Corpo nel pensiero (che è sempre il 1°) per poi arrivare ad ogni cellula del corpo e della vita concreta.
    Ma, di fatto, può capitare che ad una persona venga suggerito quello che ad un altra serve … Può càpitare anche questo ed è quello che – forse – lo stesso Gesù intendeva con l’odierno
    «Le folle, chi dicono che io sia?»
    e quello che è càpitato a Pietro nella sua risposta (esatta) ma di cui non ne aveva piena coscienza.

    Come vedi, il Vangelo si vive nella quotidianità, dentro in situazioni reali … ed è quello che si è verificato.

    Mi fa impazzire questa capillarità di comunicazione del Signore … è un modo molto efficace per dirci – sui fatti – che non siamo soli.

    Ciao e – ormai – buona settimana che di certo sarà buona e se non lo sarà, sono certa che tu riuscirai a farla diventare.

  5. 21 giugno 2010 11:27

    Voglio ancora ringraziarti di aver sottolineato, l’altro giorno, l’altro aspetto per cui la ragazza si comportò in quel modo. È stata una mia mancanza non averlo detto subito. A volte nella scrittura, per brevità, non si riescono a sottolineare tutti gli aspetti della realtà.

    Buona Incarnazione a tutti.

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